Archeologia e PRIN 2026

Una presenza marginale nei finanziamenti

Archeologia e PRIN 2026

Una presenza marginale nei finanziamenti

I risultati del PRIN 2026 invitano a riflettere sullo spazio riconosciuto alla ricerca archeologica nella programmazione nazionale. Il Ministero dell’Università e della Ricerca ha annunciato 199 progetti finanziabili nel bando PRIN, a fronte di 4.279 proposte, con 260 milioni di euro destinati a ricerche triennali; altri 30 progetti riguardano il PRIN Hybrid e 10 il Synergy Grant. Si tratta di un investimento significativo, la cui distribuzione merita tuttavia attenzione: nell’elenco dei progetti finanziati del settore ERC SH6, su nove progetti compare uno studio esplicitamente dedicato alla prima presenza e alla diffusione di Homo sapiens in Sicilia, accanto a una ricerca storico-epigrafica sulla Magna Grecia. La graduatoria comprende anche studi sul mondo antico che non figurano fra quelli finanziati. Il comunicato generale del MUR non fornisce un conteggio trasversale dei progetti archeologici, che possono essere presentati in più settori, tra cui SH5. Le graduatorie non consentono di parlare di un’esclusione assoluta. Tuttavia dall’esame dei progetti finanziati nei diversi settori scientifici emerge con chiarezza che la ricerca propriamente archeologica occupa uno spazio marginale: anche considerando gli studi sul mondo antico afferenti ad altre discipline, il sostegno all’archeologia risulta del tutto insufficiente.

È bene comunque evidenziare che al di là della specificità dell’archeologia, il tasso di successo di appena il 4,65% evidenzia una criticità generale del sistema di finanziamento, che restringe fortemente le opportunità per numerosi ambiti disciplinari e rischia di lasciare senza sostegno anche progetti di elevata qualità scientifica.

La misura di questo squilibrio emerge se si guarda alla mole della ricerca archeologica svolta dalle università e dagli enti di ricerca italiani, in collaborazione con le istituzioni preposte alla tutela e con partner internazionali, negli ultimi anni. L’archeologia è per sua natura interdisciplinare: integra competenze umanistiche e scientifiche, rinnova la conoscenza del passato e forma nuove generazioni di studiosi. Il suo contributo si estende inoltre alla terza missione, attraverso la condivisione dei risultati con la società, il coinvolgimento delle comunità e la valorizzazione del patrimonio nei territori. Per produrre risultati duraturi, queste attività richiedono gruppi di ricerca qualificati, risorse adeguate e continuità nel tempo.

Questa capacità è riconosciuta anche fuori dai confini nazionali. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale indica per il 2026 il sostegno a 262 missioni archeologiche, antropologiche ed etnologiche, mediante contributi o riconoscimenti istituzionali. Le missioni collaborano con istituzioni e comunità dei paesi ospitanti, formano operatori locali e condividono metodi di conservazione e tutela. La presenza internazionale dell’archeologia italiana è quindi, insieme, ricerca di alto livello e relazione culturale duratura. Proprio la sua estensione rende necessario affiancare ai contributi annuali finanziamenti pluriennali capaci di sostenere analisi, pubblicazioni e formazione dei giovani ricercatori.

Il tema non riguarda soltanto la disciplina. Nei centri storici, nei paesaggi rurali e nelle aree interessate da trasformazioni urbanistiche, la ricerca archeologica produce conoscenze utili alla tutela e alla progettazione del territorio. Musei, parchi e progetti di archeologia pubblica rendono tali conoscenze accessibili, coinvolgono le comunità e accrescono la consapevolezza del valore dei luoghi. Una scoperta diventa un bene condiviso quando vi sono risorse per studiarla, conservarla e restituirla alla società. In questo campo il sostegno privato può essere prezioso, ma difficilmente garantisce da solo la continuità delle indagini di base, soprattutto dove i benefici sono collettivi e non immediatamente commerciali.

Il quadro nazionale rende la questione ancora più urgente. Secondo l’ISTAT, nel 2024 l’Italia ha investito circa 31 miliardi di euro in ricerca e sviluppo; l’istituto rileva che il Paese resta lontano dai livelli di intensità della ricerca dei principali partner europei. Chiedere ai gruppi italiani di competere nelle reti internazionali esige strumenti adeguati anche per i settori che dipendono in misura particolare dal finanziamento pubblico. Nella graduatoria SH6, soltanto cinque dei progetti finanziati sono guidati da PI sotto i quarant’anni: un dato da leggere anche alla luce della difficoltà, nel sistema universitario italiano, di raggiungere prima di tale età una posizione stabile e l’autonomia necessaria per coordinare un progetto. Quando un bando triennale offre poche opportunità alla ricerca archeologica, il rischio è di interrompere programmi sul campo, indebolire i laboratori e ridurre le prospettive dei giovani studiosi, che potranno cercare altrove condizioni più stabili. È un rischio per la continuità della ricerca e per la capacità del Paese di conservare competenze costruite nel tempo.

Sarebbe utile che il MUR rendesse disponibile un’analisi delle proposte presentate e finanziate per ambito disciplinare, includendo i progetti interdisciplinari, e aprisse un confronto con la comunità scientifica sui criteri e sulle opportunità dei prossimi bandi. Non si tratta di chiedere una deroga alla valutazione della qualità, ma di assicurare che un settore nel quale l’Italia svolge un ruolo riconosciuto possa concorrere con strumenti e risorse proporzionati alla sua attività. Investire nella ricerca archeologica significa sostenere conoscenza, formazione, tutela del patrimonio e capacità di dialogo con la società e con il mondo.